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L’auto con due motori che tutti hanno dimenticato: un modello da fantascienza

Published by
Simone Tortoriello
Tempo di lettura: 2 minuti

C’è un’auto con due motori che ha sfidato qualunque legge dell’automotive, ma è stata dimenticata troppo in fretta

Oggi siamo abituati a vedere auto elettriche con doppio motore, trazione integrale intelligente e gestione elettronica della coppia in tempo reale. Tesla, BYD, Hyundai o Porsche utilizzano ormai sistemi dove ogni asse può essere mosso indipendentemente senza alcun collegamento meccanico tradizionale.

L’auto con due motori che tutti hanno dimenticato: un modello da fantascienza (Reportmotori.it)

Negli anni Ottanta, però, tutto questo sembrava fantascienza, ma nonostante ciò c’era già qualcuno che stava cercando di risolvere lo stesso problema: ottenere una trazione integrale efficace senza il peso e gli ingombri dell’albero di trasmissione centrale, come Volkswagen.

Volkswagen Scirocco, l’auto dimenticata da tutti

Il risultato fu una delle auto più folli e geniali mai realizzate dal marchio tedesco: una Volkswagen Scirocco II con due motori separati, due cambi manuali e 360 CV complessivi nel lontano 1983.
Dietro l’idea c’era l’ingegnere Kurt Bergmann, che scelse una soluzione tanto semplice quanto rivoluzionaria: installare un motore anteriore e uno posteriore completamente indipendenti tra loro.

Nessun differenziale centrale, nessun albero cardanico, nessun trasferimento meccanico di coppia, esattamente il principio che oggi utilizzano moltissime elettriche bimotore.

Solo che nel 1983 tutto questo funzionava con due motori benzina 1.8 aspirati, ciascuno collegato al proprio cambio manuale a cinque marce, e i due motori non comunicavano elettronicamente, l’unica “centralina” disponibile era il pilota.

Chi guidava doveva sincronizzare manualmente entrambe le trasmissioni, gestendo acceleratore, cambiata e comportamento dei due propulsori contemporaneamente.
Il progetto era partito prima su base Volkswagen Jetta utilizzata come muletto sperimentale. Successivamente arrivò una Volkswagen Golf di prova, fino alla scelta definitiva della Scirocco, ritenuta più adatta per assetto e proporzioni.

La carrozzeria venne profondamente modificata, e i passaruota furono allargati per ospitare cerchi da 15 pollici, comparvero prese d’aria laterali dedicate al raffreddamento del motore posteriore e persino doppi scarichi indipendenti.

Esteticamente sembrava quasi un prototipo artigianale costruito di nascosto, ma tecnicamente era avanti di almeno vent’anni. Sul cruscotto trovavano posto due contagiri distinti, due indicatori di temperatura e un tachimetro digitale centrale che cercava di mettere ordine in un progetto meccanicamente assurdo.

Successivamente Volkswagen realizzò persino un secondo prototipo chiamato 280/4, equipaggiato con motori Oettinger e addirittura con due cambi automatici a tre rapporti, ma il progetto raggiunse il suo apice nel 1987.

Volkswagen portò infatti il concetto bimotore alla leggendaria Pikes Peak International Hill Climb utilizzando una Golf completamente estrema. La vettura adottava una monoscocca in alluminio, carrozzeria allargata di 20 centimetri e due motori turbo 1.8 capaci di sviluppare complessivamente circa 650 CV.

Con Jochi Kleint al volante, l’auto rimase addirittura in testa fino a un miglio dal traguardo, quando un cedimento della sospensione anteriore compromise tutto. Ad oggi nessuno di quei prototipi è andato perduto, e sono ancora oggi conservati presso il Volkswagen AutoMuseum di Wolfsburg come testimonianza di uno dei progetti più estremi, visionari e sottovalutati della storia dell’automobile.