Come cambiano i prezzi della benzina dopo l'attacco a Maduro da parte degli USA (reportmotori.it)
Il 2026 si è aperto con la cattura del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro da parte degli USA e questo potrebbe stravolgere i prezzi del petrolio.
Se il 2025 non è di certo stato l’anno più tranquillo in giro per il mondo, tra le guerre note in Ucraina e in Palestina, ma senza dimenticare Sudan, Congo e tante altre, ecco che il 2026 è partito subito in modo davvero poco diplomatico. Gli USA hanno attaccato Caracas e il Venezuela, sequestrando il Presidente Nicolas Maduro e portandolo nella terra a stelle e strisce.
Una situazione complessa come poche volte si era verificata, perché si sa come “due torti non fanno una ragione”. Che gli USA abbiano, ancora una volta, violato il diritto internazionale è fuori da ogni discussione, con gli interessi nazionali statunitensi che hanno ancora una volta dettato le linee guida.
Allo stesso modo è davvero molto difficile negare il fatto che oggi il Venezuela sia una nazione e uno Stato migliore rispetto al 2025, anche se non sarà semplice la ricostruzione. Maduro si è rivelato un tiranno della peggior specie e il giubilo della maggior parte della popolazione venezuelana ne è un chiaro esempio. Non sono mancati naturalmente anche i sostenitori dell’ormai ex Presidente, ma questo è normale quando si vive, fortunatamente, in una democrazia. L’attacco sicuramente è dettato dalla necessità di creare nuove condizioni legate all’acquisizione del petrolio venezuelano, primo produttore al mondo, ma come cambieranno i prezzi adesso?
Il discorso petrolifero è già stato toccato in Italia in questo inizio del 2026, con il gasolio che ha visto aumentare il proprio prezzo a causa del ritocco delle accise. Da diversi mesi però si sta notando un netto calo del costo del petrolio greggio, con il suo valore odierno che è di 56,31 euro al barile, il che significa un calo del 22,51% rispetto all’8 gennaio 2025.
Per quanto riguarda il prezzo venezuelano, la gestione era tutta interna al Governo, con le politiche iper protezionistiche e stataliste che si sono rivelate un fallimento su tutta la linea. Come riporta l’eccellente video della collega venezuelana Alejandra Oraa, giornalista di 7 News e vincitrice nel 2019 del Daytime Emmy Award per il “Outstabding Daytime Talent in a Spanish Language Program“, la produzione del PDVSA, la principale azienda statale petrolifera venezuelana, passò da essere di 3,5 milioni di barili al giorno nel pre Chavismo ai meno dei 700 mila odierni.
Un tracollo che ha portato spesso a far aumentare il valore del petrolio venezuelano, il quale ora rappresenta meno dell’1% della produzione mondiale. Secondo le stime dell’Investment team di Gamma Capital Markets, il 2026 dovrebbe portare a un aumento della produzione di barile, si parla di circa 900 mila giornalieri, ma si punta a passare a 2 milioni entro il 2030.
Questo garantirebbe, secondo le stime, un ulteriore calo del prezzo del barile di petrolio di 4 dollari. In uno scenario dove il petrolio sta già facendo i conti con un sensibile calo del proprio valore. L’azione di Donald Trump dunque dovrebbe, in questi casi il condizionale è davvero d’obbligo, portare a una riduzione del prezzo globale del petrolio e allo stesso tempo, aumentando in modo così sensibile la produzione, garantire maggiori guadagni anche al Venezuela. Dopo la teoria però si deve passare alla pratica.