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Volvo ed il progetto E.V.A.: per un futuro più sicuro

volvo progetto eva

Che Volvo sia uno dei Costruttori auto che hanno di più a cuore la sicurezza della propria utenza è un dato di fatto, non c’è bisogno di sottolinearlo ancora una volta.

Basta ricordare quelle che sono state le idee che nel corso di 40 anni che Volvo ha messo in campo per cercare di salvare vite umane.

Da sottolineare anche la volontà di ridurre a zero il numero di morti per incidenti stradali a bordo di una vettura svedese entro il 2020.

Volvo però non ha rinunciato a cercare sempre di più, in un modo socialmente responsabile tipico della cultura svedese, quell’ideale di mondo in cui le strade sono sicure e non si muore più a causa di incidenti stradali.

La strada per farlo comincia dalla condivisione delle informazioni, ed è così che nasce il progetto E.V.A.

Progetto E.V.A. per auto più sicure

Alla base del progetto E.V.A., acronimo di Equal Vehicle for All, c’è la volontà di Volvo di condividere con gli altri Costruttori tutti i dati raccolti nel corso dei propri studi sulla sicurezza stradale.

Volvo non è nuova a questo genere di approccio etico, poiché già quando progettò le cinture di sicurezza a tre punti non le brevettò ma anzi ne condivise il progetto con tutti gli altri brand, così da poter rendere tutte le auto circolanti più sicure.

Così anche stavolta, ma con la differenza che adesso si parla di dati, di analisi, di manichini virtuali.

Il marchio svedese ha studiato nel tempo una vasta gamma di incidenti stradali, circa 44.000, per trarne quanti più dati possibili da utilizzare per la prevenzione, ma nel corso degli ultimi anni ha focalizzato la sua attenzione anche sullo studio di manichini virtuali e sulle loro debolezze.

La firma svedese non si è così fermata al mero dato fisico restituito dallo schianto reale di manichini, ma ne ha studiati altri che simulino tutta una serie di “varianti”.

Perché ovviamente i manichini che si usano nei crash test sono normati, ma non possono simulare anche persone anziane e le loro debolezze, donne incinte e fisicità più disparate, quindi si limitano ad un ristretto campione della popolazione.

Con lo sviluppo di questi modelli virtuali, grazie anche alla potenza di calcolo maggiore offerta dall’avanzamento tecnologico, Volvo è riuscita a simulare impatti con uno spettro di persone estremamente più ampio, raccogliendo così dati sui danni che potrebbero derivare da ogni tipologia di impatto.

E questi dati vogliono essere condivisi con tutti gli altri competitor, perché l’obiettivo non è prevalere gli uni sugli altri in tema di sicurezza, ma offrire uno standard comunemente elevato.

Il nome del progetto, EVA, è d’altronde esso stesso un indicatore: non solo è l’acronimo sopra descritto, ma richiama il nome femminile per antonomasia, sottolineando come le donne siano più fragili fisicamente e quindi maggiormente esposte a rischio lesioni dovute ad incidenti stradali.

La sicurezza di Volvo non finisce qui

Siamo stati al Volvo Studio di Milano proprio per parlare di sicurezza, e di certo il progetto E.V.A. non è stato l’unico argomento trattato.

Si è parlato anche di progetti per il futuro e di quali soluzioni adotterà Volvo per fronteggiare l’aumento della sicurezza che si è autoimposta da qui a qualche anno.

Tutto viene anche a valle delle recenti dichiarazioni del brand, che lo vogliono anche impegnato nel limitare automaticamente le proprie auto alla velocità massima di 180 km/h.

Ma non si tratta solo di questo, perché la visione della firma svedese è di certo più ampia e punta a delle soluzioni ancora più efficienti: una su tutte potrebbe essere l’introduzione di telecamere che monitorino costantemente il volto del conducente.

Attraverso il riconoscimento facciale si potrebbero “osservare” sbadigli oppure eventuali colpi di sonno, permettendo così all’auto di reagire tempestivamente – magari anche accostando e fermandosi del tutto in modo automatico – senza arrivare a conseguenze nefaste.

Ma sfruttando altri sistemi come il geofencing Volvo sarebbe anche interessata a limitare alcuni comportamenti dell’auto all’interno di determinate zone, come le conosciute “Zone 30” nei pressi delle scuole, in modo da evitare possibili comportamenti irresponsabili da parte del conducente, mentre in tema di car sharing la Care Key permetterebbe di limitare – si, ancora una volta – le funzionalità dell’auto.

Quest’ultimo sistema potrebbe essere particolarmente utile nel caso di genitori che lasciano l’auto in uso ai figli, magari senza particolare esperienza.  

Claudio Anniciello
redazione@reportmotori.it

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