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Ferrari F1: Binotto, una scelta rischiosa dopo 10 anni di fallimenti

mattia binotto

Quella che si aprirà nuovamente fra circa due mesi sarà una stagione di svolta per la Formula Uno.

Piena di prime volte, come quella del calendario ufficiale della stagione 2019 innanzitutto: è infatti un evento più unico che raro, la conferma di tutte le tappe, una ad una, nello stesso ordine e negli stessi luoghi della passata edizione. Sarà un anno totalmente nuovo per la Ferrari, che ha cambiato di tutto, compreso quello che mai ci si poteva immaginare alla vigilia.

Maurizio Arrivabene non è più il team principal della rossa di Maranello, il suo posto è ora di Binotto, precedentemente a capo dell’area tecnica. Per quest’ultimo una vita in Ferrari, ma rappresenta una netta inversione di tendenza rispetto al recente passato occupato da Domenicali prima, Arrivabene poi. Binotto è infatti, alla stregua di ciò che fu Jean Todt, uomo di polso politico oltre he ingegneristico all’interno del box, capace di unire i due aspetti in una sola figura, accentrando sulla sua persona tutte le decisioni e responsabilità della monoposto.

Una scelta rischiosa, ma probabilmente necessaria, dopo i ripetuti fallimenti dell’ultimo decennio. Perché se è vero che il cavallino rampante ha vissuto anche tempi peggiori, erano oltre vent’anni che non si vinceva il Mondiale prima del successo di Schumacher nel nuovo millennio, i secondi e terzi posti delle ultime stagioni hanno il sapore del rimpianto, di chi aveva una macchina per vincere ma ha miseramente sperperato il vantaggio tecnico a disposizione. Dagli errori di e con Alonso, a quelli a catena con Vettel e dello stesso pilota nelle ultime due stagioni, quando per la prima volta era netta la sensazione di una Ferrari all’altezza, se non superiore, delle onnipresenti frecce d’argento.

Vero è, non si può non ammettere, che il cavallino di Maranello ha dovuto fronteggiare in questi 10 anni due delle ere più dominati nella storia della Formula Uno: la Red Bull prima, l’era ibrida della Mercedes adesso. Persino Rosberg, certo non un fenomeno, ha saputo vincere con la macchina giusta. Addirittura, Webber giunse ad un passo dal farlo, traendo in inganno pure i tecnici e strateghi Ferrari, che ordinarono ad Alonso di seguire passo per passo la strategia in gara dell’australiano, nell’ultima nefasta tappa ad Abu Dhabi che avrebbe potuto consegnare il titolo nelle mani del pilota spagnolo.

Quella fu solo una delle tante sciagurate mosse Ferrari, che in questi anni non ha saputo sfruttare due piloti Campioni del Mondo nel team e che continua a guardare al lontano 2007 come anno dell’ultimo titolo iridato per piloti, riuscendo nel 2008 a portare a casa invece la corona dei Costruttori. E quest’anno, anche l’ultima briciola di quel successo non ci sarà più, con Kimi mandato alla Sauber al posto del giovane Leclerc, la grande attrattiva della nuova stagione. 

Il pilota monegasco arriva non in punta di piedi, ma per rompere le uova nel paniere di Vettel, che mai come negli ultimi due anni ha collezionato errori ed isterie sconosciute ai tempi della sin troppo dominante Red Bull con cui trionfò per quattro anni di fila. La convivenza con Charles sarà molto meno tranquilla e pacifica che con il buon finlandese, che pure non ha mancato di bastonare Seb soprattutto nella seconda parte dell’ultima stagione.

Un anno che parte in Australia per finire ancora una volta ad Abu Dhabi, come da tradizione. Passando per Monza, Spa e tutti quegli storici circuiti che hanno scritto la storia della F1, fino al ritrovato Le Castellet dello scorso anno, in Francia. A fine mese è già tempo di svelare i nuovi bolidi che scenderanno in pista all’inizio della prossima primavera.

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